4) Leibniz. Sull'innatismo.
Leibniz si dimostra convinto della verit insita nella dottrina
tradizionale sull'innatismo, perch non tutto quello che
conosciamo deriva dai sensi.
G. W. Leibniz, Nuovi saggi sull'intelletto umano, Prefazione
(pagina 229).

La nostra discordia verte su punti di una certa importanza. Si
tratta di sapere se l'anima sia in se stessa del tutto vuota, a
guisa di una tavoletta su cui non si sia ancora scritto nulla
(tabula rasa), come vogliono Aristotele e l'autore del Saggio, e
se tutto ci che vi  tracciato derivi unicamente dal senso e
dall'esperienza, o se, invece, l'anima contenga originariamente i
princip di molte nozioni e dottrine, che gli oggetti esterni non
fanno altro che svegliare, come occasioni: come io credo con
Platone, e anche con gli Scolastici, e con tutti coloro che danno
questo significato al passo di San Paolo (Rom. 2, 15) in cui egli
afferma che la legge di Dio  'scritta nei cuori'.
[...].
Nasce, di qui, un altro problema: e cio se tutte le verit
dipendano dall'esperienza, ossia dall'induzione e dai casi
particolari, o se ve ne siano alcune che hanno anche un altro
fondamento. Se, infatti, taluni eventi si lasciano prevedere prima
di averne fatto un qualsiasi esperimento,  palese che noi vi
conferiamo qualcosa da parte nostra. Le sensazioni sebbene
necessarie per tutte le nostre conoscenze in atto, non bastano
punto a darci tutte le nostre conoscenze in genere: poich esse
non offrono mai altro che casi singoli, vale a dire verit
particolari o individuali. Ma tutti gli esempi che confermano una
verit generale, per quanto numerosi essi siano, non bastano a
stabilire la verit universale di tale proposizione: non ne
deriva, infatti, che ci che  accaduto accadr sempre allo stesso
modo.
[...].
E, ancora, si ingannerebbe chi considerasse ci una verit
necessaria ed eterna per lo meno nei nostri climi: si deve infatti
considerare che neppure la terra e il sole esistono
necessariamente, e che vi sar forse un tempo in cui questo astro
splendente non sar pi, almeno nella sua forma attuale, e, con
lui, tutto il suo sistema. Si scorge, di qui, che le verit
necessarie, quali si trovano nelle matematiche pure, e
particolarmente nell'aritmetica e nella geometria, devono avere
princip la cui prova non dipende punto dagli esempi, n, di
conseguenza, dall'attestazione dei sensi, anche se, senza i sensi,
non si avrebbe mai l'occasione di pensarci. E' questa una cosa che
occorre distinguere bene; e Euclide l'ha cos ben capita che egli
dimostra con la ragione anche ci che si constata a sufficienza
con l'esperienza e con le immagini sensibili. Anche la logica, con
la metafisica e la morale - che danno luogo, in un caso, alla
filosofia naturale, e nell'altro alla giurisprudenza naturale -
sono piene di verit siffatte. Di conseguenza la loro prova non
pu derivare se non da princip interni, che si chiamano innati.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
tredicesimo, pagine 198-199.

G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/6. Capitolo
Dieci.
5) Leibniz. L'innatismo virtuale.
Osserviamo la notevole abilit con cui Leibniz cerca di dimostrare
come sarebbe diversa la nostra conoscenza se veramente derivasse
tutta dalle sensazioni e dai procedimenti induttivi.
G. W. Leibniz, Nuovi saggi sull'intelletto umano, Prefazione (
pagine 229-230).

Pu darsi che il nostro valente autore non sia del tutto lontano
dalla mia opinione. Infatti, dopo aver impiegato tutto il suo I
libro a confutare le idee innate, prese in un certo senso,
riconosce tuttavia, all'inizio del secondo, e in seguito, che le
idee che non si originano nella sensazione vengono dalla
riflessione: ora, la riflessione non  altro che un'attenzione a
ci che si trova in noi, e i sensi non ci danno affatto ci che
portiamo gi in noi medesimi. Ci posto, come negare che vi siano
molte cose innate nella nostra mente, dal momento che noi, per
cos dire, siamo innati a noi stessi, e in noi si trova essere,
unit, sostanza, durata, azione, percezione, piacere e mille altri
oggetti di nostre idee intellettuali. E poich questi oggetti sono
immediati, e sempre presenti al nostro intelletto (sebbene non
sempre siano percepiti, a cagione delle nostre distrazioni e dei
nostri bisogni), come meravigliarsi se noi diciamo che queste idee
ci sono innate, con tutto ci che da esse dipende? Talvolta mi son
servito anche del paragone di un blocco di marmo venato, diverso
da un blocco di marmo tutto unito, o dalle tavolette vuote: ossia,
da ci che i filosofi chiamano `tabula rasa'. Poich, se l'anima
fosse simile a queste tavolette vuote, le verit sarebbero in noi
come la figura d'Ercole in un blocco di marmo, quando il blocco
sia assolutamente indifferente a ricevere questa o quella figura.
Ma se vi fossero venature nel marmo, tali da segnare la figura di
un Ercole a preferenza di altre, quel blocco avrebbe una maggior
determinazione, e l'Ercole vi sarebbe, in qualche modo, innato,
pur restando necessario un certo lavoro per scoprire le vene e per
mettere a nudo la figura, togliendo il soverchio che le impedisce
di apparire. E' questo il senso in cui le idee e le verit sono
innate in noi, come inclinazioni, disposizioni, abitudini o
virtualit naturali, e non come azioni: anche se tali virtualit
sono sempre accompagnate da una qualche azione corrispondente,
spesso insensibile.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
tredicesimo, pagina 201.
